Il Comune

Pur avendo alle spalle una storia secolare di autonomia, attorno al 1930, il comune di Villachiara risultava ancora sprovvisto di un proprio stemma. Con Regio Decreto 27 marzo 1927, il governo fascista obbligava gli enti pubblici che ne fossero mancanti, a dotarsi di un emblema di riconoscimento. Il podestà Angelo Provezza ordinò subito una accurata ricerca nell'archivio comunale per appurare la presenza di documenti storici che richiamassero le origini del paese, o antichi statuti della comunità, ma senza esiti positivi. Il 12 giugno 1928 decise infine di rivolgersi a don Paolo Guerrini, allora direttore dell'Archivio Storico Patrio di Brescia, "... data la profonda conoscenza storica di quasi tutti i paesi della provincia e la facilità di consultazione di atti e documenti riguardanti forse anche questo comune, perché si compiaccia farmi avere un cenno storico giustificativo di uno stemma, che il Comune potrebbe adottare". Per aiutarlo, gli fornì alcuni cenni sui monumenti del paese e questa curiosa ed interessante notizia:

"Sopra l'antico portone, dal lato est del fabbricato, si distingue tuttora uno stemma che è un CERCHIO ROSSO ATTRAVERSATO VERTICALMENTE DA UNA COLONNA BIANCA. Non si sa se abbia appartenuto alla Nobil Casa Martinengo, oppure alla comunità di Villachiara."

Lo stemma sopra descritto richiama direttamente quello dei Colonna, la potente famiglia romana da cui proveniva Olimpia, moglie di Enea Martinengo Villachiara, morta nel 1545 nel dare alla luce il grande Marcantonio, che rese famoso il nome del paese in Italia ed in Francia. Forse quell'insegna, oggi del tutto scomparsa, era stata dipinta per ricordare le nobili ascendenze dei Martinengo e l'augusta figura di Olimpia, che non volle mai venire a Villachiara a godere la quiete e le piacevolezze della vita castellana. Don Paolo Guerrini. probabilmente preso da altri impegni, deve aver dato una risposta negativa, perché ancora in data 20 novembre 1931, dalla Consulta Araldica, facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, giungeva al podestà questa sollecitazione:

"Non avendo ancora codesto Comune iniziato le dovute pratiche regolamentari per il riconoscimento e la concessione del proprio stemma e del proprio gonfalone, rivolgo formale invito a provvedere a tale adempimento in osservanza delle disposizioni legislative, ed in applicazione dell'articolo i del Decreto Legge 20 miarzo 1924 n. 442, con cui si fa divieto assoluto di usare stemmi, emblemi, sigilli, gonfaloni, non legalizzati dalla Consulta Araldica del Regno".

Angelo Provezza decise allora di incaricare il Cav. Oreste Foffa, un farmacista di Montichiari appassionato di storia locale, di condurre una ricerca per verificare se in passato il comune di Villachiara avesse già avuto uno stemma e uno statuto. L'indagine, sviluppata principalmente presso l'Archivio di Stato di Brescia, diede però esito negativo. Al termine di questo lavoro preliminare, con lettera del 12 febbraio 1933, il Foffa informava le autorità comunali sulle conclusioni cui era pervenuto. "Poiché codesto spettabiie Comune era feudo dei Martinengo Viilachiara, è logico che parte preponderante dello stemma del Comune, con le necessarie aggiunte, sia quella degli antichi suoi feudatari, opinione condivisa dai miei amici, barone Camillo Monti e conte Carlo Mazzucchelli, quest' ultimo specialmente versato nella scienza araldica ". Il 15 agosto 1933 uscì dalla Tipografia F. Apollonio e C. di Brescia il volumetto: "Toponomastica e note storiche di Villachiara, Villagana e Mottella", frutto delle ricerche di Oreste Foffa.
Da esso si ricava la descrizione araldica dello stemma comunale.
"Spaccato d'oro e di rosso, con aquila rossa spiegante coronata, portante sul petto uno scudo, inquadrato: al I e IV l'aquila d'argento ad ali raccolte in campo azzurro; al Il e III, d'azzurro ai tre gigli d'oro di Francia, posti 2 ed 1, nel primo. Nel secondo: al castello d'argento, torricellato di tre, aperto e finestrato di verde. Sormontato dalla corona turrita, senza porte, simbolo dei Comuni inferiori ai 3.000 abitanti e fiancheggiato dai fasci littori. Il primo reca di padronanza, o di patronato in quantochè Villachiara era feudo dei conti Martinengo con predicato di Villachiara e Villagana, lo scudetto è stato assunto dal ramo Martinengo Palatini, allorché i rami di Villachiara e Villagana, dei quali fu erede, si estinsero. Il secondo è di Villachiara, e mentre nel campo richiama il colore araldico, rosso, degli antichi feudatari, simboleggia col castello d'argento il nome del comune nel quale l'antico castello esiste, e con le tre torri i tre rami dei Martinengo di Villachiara, Martinengo Villagana e Martinengo conti Palatini. Il verde delle aperture simboleggia la campagna ubertosa e concorre col campo rosso e con lo smalto del castello a formare il tricolore italiano. In gergo semplice lo stemma si legge; Spaccato d'oro e di rosso all'arme dei Martinengo Villachiara, Villagana, Palatini, nel primo; al castello d'argento finestrato ed aperto di verde, nel secondo. Sormontato dalla corona turrita pei Comuni inferiori ai 3.000 abitanti e fiancheggiato dai fasci littori".

Il libro fu inviato in omaggio a tutte le autorità civili, politiche, religiose e culturali della città e della provincia, ricevendone pareri ed accoglienze lusinghieri. L'avvenimento trovò spazio anche su "Il Popolo di Brescia" del 9 novembre 1933, con una recensione di Gino Ghidoni che, riferendosi all'autore, così conclude il suo pezzo:

"Con logica stringente parla della origine dei nomi dei paesi citati, desumendoli dalla storia, dalla tradizione e più ancora dalla struttura e dalle caratteristiche locali. Compone e presenta lo stemma apprestato per il comune di Villachiara illustrandolo con motivazioni che dimostrano in Oreste Foffa una certa competenza della scienza araldica. In complesso è un' opera erudita ed assai interessante per Villachiara, Villagana e Mottella..."

Chi invece mostrò, e non a torto, vivo risentimento per la pubblicazione, fu don Paolo Guerrini, l'illustre storico bresciano appena reduce dalla fatica del suo notevole studio sui Martinengo bresciani. In una nota a margine degli atti della visita del vescovo Bollani a Villachiara da lui dati alle stampe, riferendosi al suo "I conti di Martinengo", egli scrive infatti: "liberamente saccheggiato da O. Foffa, con l'aggiunta però di alcuni strafalcioni, unico personale contributo dell'autore". 

Ultima modifica: Mer, 03/04/2019 - 11:37