Tempo Libero

Passeggiata lungo l'Oglio
Quattro passi in riva al fiume 

Fossimo più a valle di una quindicina di chilometri, si potrebbe seguire la placida corrente del fiume a passo d'uomo. Ma l'Oglio villaclarense, che va dall'Antes alla foce dell'Oriolo, scivola veloce e capriccioso nel suo scomodo letto tra estesi banchi di sabbia e di ghiaia, disegnando sinuosi meandri. Ha bisogno di spazi ampi per giocare libero tra le due sponde, difficile da imbrigliare come può essere un puledro in libertà. Il fatto è che dal confine con Barco a quello con Acqualunga c'è un dislivello di circa dieci metri (da 60 a 50 sul livello del mare) e l'acqua è costretta a correre facendo sentire la sua rumorosa presenza. In compenso, col suo perenne fluire, l'Oglio ha creato in questo tratto uno scenario ambientale tra i più suggestivi del suo lungo corso, rimasto tale, almeno in parte, anche dopo le manomissioni perpetrate dall'uomo negli ultimi decenni. Paesaggio pienamente godibile ora che i campi sono sgombri dalle uniformi monocolture e l'autunno si sbizzarrisce a rivestire la natura coi suoi colori decadenti. Conviene quindi munirsi di un buon paio di scarpe ed immergersi in questi sei o sette chilometri di serenità e benessere. Basta seguire la pista ciclabile tracciata dal Comune e dalla Provincia alcuni anni fa, apprezzata soprattutto da podisti e cicloamatori. E poi abbandonarsi alla libera percezione dei sensi. Il percorso si snoda tra strade sterrate, in parte dismesse, e sentieri resi agibili dal continuo passaggio delle persone, richiedendo per essere completato un paio d'ore, o poco più, anche in carenza d'allenamento. Sulla destra ci sarà sempre la compagnia del fiume che riflette gli umori del cielo. Nella parte opposta la golena coi suoi coltivi, i boschi, le cascine, chiusa dalle "coste" lussureggianti d'alberi. Si parte dunque a monte dell'Antes, dove un argine poderoso protegge ormai la scarpata da ulteriori erosioni. La lanca coperta di ninfee sta lentamente prosciugandosi ed a ricordare il sito dell'antica cascina resta solo un altissimo traliccio elettrico. Sulla sponda destra il lembo di territorio bresciano staccato da una memorabile rotta degli anni Trenta, è occupato dalla Riserva naturale della Marisca. Un centinaio di metri più a valle la corrente si accanisce sulla riva cremonese, lasciando dalla nostra parte un esteso ghiaione. Incrociamo l'antica strada del porto di Bompensiero e la vista si allarga sull'immenso anfiteatro del Buco della Cagna col suo metallico pluvot messo a riposo. Abbandoniamo la sponda. Con le grandi piene dell'autunno 2000 l'Oglio ha ripreso a mordere la massicciata interrompendo i collegamenti ed insinuandosi nello stagno. Si attraversa il pioppeto fatto di ordinati filari e si costeggia la "morta" smeraldina e punteggiata da ciuffi d'erba. Se si è fortunati si può incontrare l'airone o qualche altro uccello acquatico. Ma anche le innocue bisce d'acqua (in letargo coi primi freddi) e le nutrie del Sud America. Per evitare inconvenienti è sufficiente guardarle senza molestarle. Il fragore delle acque scroscianti preannuncia la vicinanza dello scolmatore del canale Marzano-Vacchelli. Siamo al punto di svolta del fiume, costretto dalla pendenza della pianura ad imboccare la direzione sud-est. Dalla loro baracca in posizione panoramica, alcuni pensionati di Genivolta si godono il maestoso spettacolo fluviale. Dobbiamo risalire sui campi e percorrere l'umido sentiero marcato dalle ruote delle byke. La Bellopera ed i Combattenti con le loro tinte solari vivacizzano la desolata monotonia delle terre di bonifica. Sullo sfondo le ultime case di Bompensiero fanno capolino sulla "costa" e ripide stradine fanno indovinare la posizione del Beleò e dei Morti di San Pietro. Il cartello della Regione Lombardia ci avvisa che stiamo per entrare nella Riserva naturale dell'Isola Uccellanda.
Con un diversivo si può perlustrare il bosco dei Combattenti con le sue numerose strade d'accesso. Lo spettacolo che si presenta è quello dell'abbandono, dello spontaneismo disordinato. Alberi coperti di edera e vitalba, tronchi secchi ritti come totem o marcescenti a terra, divorati dai funghi e dalle muffe. Il sottobosco occupato dall'edera, è un coacervo caotico di rovi, sterpi e cespugli. Tutto sembra ubbidire ad una sola parola d'ordine: "non si tocca nulla!" Risultato: il bosco sta morendo lentamente per asfissia. I colori dell'agonia sono qua e là ravvivati da grappoli di bacche vermiglie, pastura invernale degli uccelli, e da quelle arancione della rosa canina. Segmenti di alvei asciutti testimoniano l'estrema mobilità locale del fiume. Si riemerge alla luce del sole per riprendere il sentiero rivierasco bordato da una spessa cortina di salici (sbri), protesi alla conquista di un pezzo di cielo. Le ultime piene hanno depositato una gran quantità di limo e sabbia su cui hanno proliferato rovi ed altre infestanti. Breve sosta sul ponticello in legno gettato sul Gambalone, che qualche metro più in là confonde le sue acque con quello dell'Oglio. Cantalupo è il nome misterioso del luogo. Poco oltre si può ammirare un panorama fluviale tra i più belli della zona. Le acque rumoreggiano nel letto sassoso, mentre la vista si distende sul ghiaione cremonese e sulla barriera argentata dei salici. Il bosco dell'Isola alle spalle custodisce ancora un pezzo interrato del braccio fluviale che fino al 1774 lambiva Villagana e che segna tuttora il confine amministrativo con Azzanello. Alla fine del bosco appare la bianca casa del guardiacaccia circondata dai recinti dei cavalli. Si segue la strada aperta negli anni Sessanta per la costruzione degli argini e l'escavazione della ghiaia fino al sito del porto di Villagana. Sui fianchi spessi cespugli di "gazia", un tempo usata per fare scope da stalla. Sulla riva destra la solitaria presenza dello chalet Oasi, da cui filtrano suoni attutiti. Il corso del fiume prende decisamente la direzione sud-est. La strada ridiventa sentiero. Si cammina alti sull'argine che la corrente sta tenacemente erodendo, scavando buche profonde dove trovano rifugio barbi e cavedani. Alle nostre spalle stormi di colombacci setacciano la piana bonificata riempiendosi il gozzo coi chicchi di mais rimasti sul terreno. Sullo sfondo, appollaiata sulla "costa", Villagana con le sue torri ed i suoi mattoni carichi di storia, veglia dall'alto questo regno della natura e del silenzio. Il ponte in legno sull'Oriolo, da poco rimosso, ci dice che la nostra passeggiata volge al termine. Di là si stende il territorio di Acqualunga. Risaliamo il torrente fino alla strada comunale. Davanti a noi si intravede la ferita sempre aperta dell'ex cava di sabbia che squarcia la "costa" rivelando i suoi strati geologici. Sopra vi sorgeva l'antica chiesa campestre di Santa Maria Pomposa, di cui si è persa la memoria. Al ponte che ne ha ereditato il nome è legata una storia di tutt'altro tipo. 

Ultima modifica: Mer, 04/01/2017 - 11:27