Bompensiero e San Vincenzo

Bompensiero e San Vincenzo
Bompensiero è una piccola frazione di Villachiara posta sul terrazzo che domina la grande ansa disegnata in questo punto della pianura dal fiume Oglio nel suo perenne fluire verso il Po. Disposta lungo un unico asse viario chiuso a monte dal caratteristico 'portone' , la contrada tradisce nella razionalità dell'impianto urbanistico, volto ad un proficuo sfruttamento del territorio, la comune origine con Villachiara e Villabuona. Fino agli inizi del XVII secòlo Bompensiero era priva di una chiesa. Solo nel vicino Beleò, palazzo rinascimentale di uno dei rami locali dei Martinengo, vi era un oratorio privato dedicato a San Girolamo. Risulta quindi priva di fondamento l'ipotesi affacciata da qualcuno secondo cui San Carlo Borromeo nella sua visita del 1580 abbia espresso la volontà che vi fosse costruita una chiesa. A far maturare una simile decisione è stata invece la peste del 1630 che, anche da queste parti deve avere infienito non poco. Al conte Vincenzo Martinengo del Beleò, forse in adempimento di un voto fatto nell'imperversare dell'epidemia, si deve l'erezione della primitiva chiesetta della frazione. Non può essere altrimenti spiegata la determinazione con la quale egli ordinava ai suoi eredi la soddisfazione di un legato da lui istituito a favore dell'oratorio nelle sue ultime volontà dettate il 2 marzo 1636. Non avendo figli legittimi, egli lasciò tutte le sue sostanze al nipote Paolo Emilio che, nel suo testamento rogato dal notaio Marcantonio Artina il 24 giugno 1649, recepì le disposizioni dello zio paterno. Esse consistevano nella celebrazione della messa quotidiana perpetua, "dovendo quella esser celebrata nella Chiesa di Bonpensiero intitolata di Santo Vincenzo in rimedio all'anima sua et suoi predefonti et per comodità anco delli habitanti obbligando quel sacerdote che celebrarà per tempora tal messa a dovere nelli giorni festivi nella detta Chiesa di Santo Vincenzo far la dottrina Cristiana, et amaestrar quelle genti in essa per salute dell'anima loro".Inoltre gli esecutori del legato erano tenuti a provvedere al mantenimento del cappellano, a concedergli due stanze a Bompensiero o al Beleò e ad assicurare gli arredi sacri, la cera, il vino, le ostie e l'olio, necessari per le funzioni religiose. Per garantire l'adempimento nel tempo delle pie disposizioni, il conte Vincenzo lasciò alcune pezze di terra all'Ospedale Maggiore di Brescia perché col ricavato degli affitti provvedesse alla bisogna. L'intitolazione dell'oratorio ad un generico San Vincenzo, come risulta dagli atti delle visite pastorali seguite a quella del Cardinale Ottoboni del 1663, che lo cita per la prima volta, non chiarisce se è riferita al santo martire di Huesca o al Ferreri, predicatore domenicano spagnolo canonizzato nel 1455. La sparizione di alcuni quadri avvenuta alcuni decenni orsono, priva la ricerca di una prova forse decisiva per dirimere la questione. In quanto a San Vincenzo Martire, nessuna fonte documentale ci è pervenuta in merito ad una sua dedicazione della chiesa e neppure risultano tradizioni di culto in tutta la plaga orceana. Ben diversa si presenta la situazione per quanto riguarda il predicatore di Valenza. Fin dalla sua erezione nel 1500, esisteva infatti ad Orzinuovi nella chiesa di Santa Maria delle Grazie dei frati domeni-cani, un altare dedicato a San Vincenzo Ferreri. A partire dal 1513 esso fu oggetto di un culto particolare degli orceani e delle popolazioni delle finitime contrade, tra cui Villachiara, in virtù delle tante grazie ricevute in quell'anno visitato da una epidemia di peste assai funesta. Ancora nel 1590, anno in cui il Codagli dava alle stampe la sua "Historia Orceana", le pareti della chiesa apparivano tappezzate di ex voto, tanto era cre-sciuta la devozione a questo santo. Risulta pertanto evidente come per l'intitolazione della chiesa di Bompensiero, eretta subito dopo la peste manzoniana, si sia pensato a San Vincenzo Ferreri. A suffragare tale ipotesi soccorre, in tempi più recenti, una nota contenuta nel sommarione allegato al Catasto Austriaco del 1852, che in proposito recita: "Oratorio privato di Bompensiero sotto il titolo di S. Vincenzo Ferrerio aperto al culto pubblico". Per gran parte dell'Ottocento il ricorso al santo domenicano è rimasto assai vivo nella zona, stante il continuo ripetersi delle epidemie di colera. Passata via via dalle mani di Paolo Emilio Martinengo del Beleò, ai Ponzoni, ai Borgondio, al colonnello De Tonduti, ai Vertua, ai Nember e, nel 1919 alla contessa Luigia Martinengo Villagana, la chiesetta fu acquistata il 7 aprile 1922 da don Stefano Stefani, parroco di Villachiara. L'intraprendente sacerdote, con parte dei materiali di spoglio di una fabbrica dismessa di concimi di Acqualunga da lui rilevata, iniziò nel 1925 la costruzione di una chiesa più ampia, con facciata rivolta verso nord. L'antico oratorio, disposto in senso est-ovest, venne ridotto a sacrestia. Il nuovo edificio venne benedetto nel 1927 da monsignor Rovetta e quindi donato dalle nipoti di don Stefani alla parrocchia di Villachiara nel 1950. Dietro l'altare venne collocata una statua in gesso di San Vincenzo Martire in abiti diaconali, a voler ribadire la dedicazione della chiesa. In effetti dai documenti parrocchiali risulta che alla fine dell'Ottocento, ogni 22 gennaio, già si celebrava la festa patronale di Bompensiero, così come avviene tuttora. Il fatto non risolve l'enigma dei due santi patroni e non è dato di conoscere l'epoca in cui l'eventuale scambio sia avvenuto. Il caso di Cignano è a tal proposito illuminante. Ancora oggi in quella frazione di Offlaga la festa del patrono, San Vincenzo Ferreri, si celebra il 22 gennaio in luogo del 5 aprile. Questa parziale trasformazione si rese necessaria qualche decennio addietro allorché quei parrocchiani constatarono come la collocazione primaverile della ricorrenza, impediva di fatto a molti contadini impegnati nei lavori campestri di partecipare alle funzioni religiose. Legata alla festa patronale, si è sviluppata e si mantiene tuttora a Bompensiero la tradizione del falò di San Vincenzo Martire. Tutta la popolazione, oggi ridotta a poche decine di unità, è impegnata nella sua preparazione. Un altissimo castello costruito con agili tronchi verdi provenienti dai boschi dell'Oglio, viene rivestito di fascine e paglia. Negli ultimi anni per facilitarne la combustione vi si celano all'interno delle latte di carburante, che sostituiscono il ginepro, un tempo molto diffuso nei boschi circostanti, molto efficace per la sua facile infiamma-bilità. La sera del 21 gennaio, vigilia della ricorrenza, dopo la Messa, il parroco accende la pira benedicendo le lingue di fuoco che si innalzano altissime. Ultimamente partecipano alla manifestazione anche schiere di cacciatori che sparano all'interno del rogo cercando di colpire i reci-pienti di combustibile. Il rito del falò concilia infatti motivazioni reli-giose e pagane. La pira ricorda il martirio di San Vincenzo, mentre dalla buona riuscita del rogo gli abitanti di Bompensiero traggono gli auspici per l'anno appena iniziato. Un tempo la sagra di Bompensiero, molto conosciuta in tutto il circondario, costituiva la prima uscita della stagione. Sotto i portici ben riparati dell'unica osteria, si dava inizio ai primi balli, anelando nell'animo l'arrivo della primavera. Finita la civiltà contadina, col massiccio esodo della popolazione e con il taglio sistematico dei boschi fluviali, la tradizione del falò si è ripetuta di recente a fasi alterne, trovando tuttavia nuovo impulso negli ultimi tre anni. 
Ultima modifica: Mer, 04/01/2017 - 11:43